La Stanza

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Sono fuori, nella stanza.
Sono fuori, sepolta da ricordi appassiti come petali di rose gialle lasciate lì a seccare. Sono stata via a lungo, sono stata altrove, son stata dove non mi sapevo più, dove non m’hai saputo più neanche tu.
Sono fuori, nella stanza. Sono fuori da questa vita adesso così estranea e ostile, sono fuori da un corpo che rifiuto, da un riflesso che non riconosco, dalla mia vecchia vita che non m’aspetta più nell’armadio come un vecchio vestito, uno di quelli che ti piaceva, accanto alle tue giacche, ai tuoi pigiami.
Sono fuori, nella stanza, e il freddo delle piastrelle sotto i piedi ha la consistenza del prato grigio e umido di un cimitero. Tutti i ricordi mi franano addosso, neve e piombo, neve e schegge a cui offro la schiena.
Sono fuori, nella stanza, e quanto mi piove addosso non è più mio; i ricordi sono immagini proiettate oltre la finestra da cui ti guardo, ci guardo, senza sapere più.
Un tempo ci sapevamo.
Non so dove son stata, né dove sono. So dove vorrei andare. E dove dovrei, perché in fondo è umano volersi preservare. Eppure contemplo ancora come compagno il dolore, il rifiuto, il voler salvare un corpo che ha perso troppo sangue. Contemplo il castigo dopo il delitto, piuttosto che la più razionale accettazione della pochezza di queste quattr’ossa che però sanno ancora arrancare, perché in fondo è una vita che supero, incasso, vado avanti.
Con la mia bussola rotta cerco luoghi senza dolore, senza il vuoto scavato a forza, con violenza, dove non c’è più la gravità che mi inchioda al terreno e mi impedisce di volare, dove non ci sono più sguardi che mi penetrano come chiodi e non capiscono, non sanno, non mi sanno.
Sono in questa stanza che è culla e tomba. Qui è nata ogni nostra prima volta, qui siamo morti, qui ci ho uccisi, e ora non c’è più nessuno. Non vorrei esserci nemmeno io. Non respiro. Vorrei dire ma non so. Vorrei fare ma
non ho più arti con cui fuggire, o assolvermi, o volermi, o volermi salvare. O voler bene e volermene, qualsiasi cosa significhi.
Ovunque sia stata, ovunque voglia essere, la gravità mi brucia le ali e precipito qui. Mi offre solo delirio, mi mesce i pensieri di aromi amari. Di me non resta che sostanza amorfa, che non diviene più.
Non sono più donna, non sono più un nome, non sono più nulla possa essere riconosciuto in un riflesso. Sono quello che ho fatto e quello che non ho fatto, sono affermazione e negazione, convergenza e rifiuto. E se dalla finestra guardi dentro, ancora vedrai danzare il fantasma di qualunque cosa io sia stata, forse l’unica parte di me che ancora ami.
Sono l’umiliazione e il fallimento di rifiutare la mia sola identità, del non sapermi dare un nome io quando non me lo danno gli altri, ora che non vuoi darmelo nemmeno tu. Sono il fallimento di ogni giorno passato a lasciarmi paralizzare e uccidere dal presente poco alla volta, senza provare a reagire o proteggermi. Sono la sconfitta del soccombere al filtro scuro di chi mi guarda.
Sono il buio delle notti in cui questa casa è troppo vuota e non si dorme più. Vi resto solo io e la vita è fuori, la vita fuori che non so più, che non mi riconosce più; sono sola io e i ricordi, solo io e i ricordi, che piovono e piangono con me. Qualsiasi cosa abbia saputo avuto e vissuto non è più mia. Me la portano via queste quattro mura.

Dove siamo finiti?
Dove andremo?
Dove vai?

Sono la mia stessa paralisi. Sono la carcassa che il dolore ha lasciato di me, sono la nebbia che m’affolla il cranio e porta via ogni luce, ogni traccia di sole, ogni sicurezza su quanto potrò mai avere e volere. Mi toglie tutto, anche la forza che mi dava orgoglio, quella in cui credevo io soltanto quando tutti guardandomi vedevano solo una bambina.
Sono fuori, nella stanza. Mi sembra d’esser nata qui, con ossa d’argilla e membra liquide, amorfe. Mi sembra di non essere stata da nessun’altra parte, di essermi svegliata da un sogno nel sogno, di essere condannata a una veglia imperitura finché ci sarà la spina dell’ultima rosa appassita a torturarmi la carne senza che possa chiudere gli occhi e volere, volare, sopire, sognare.
Mi sembra di non aver sorriso mai, di non esser stata mai piuma, di aver perso qualsiasi cosa abbia mai capito di me, del mondo, di quanto successo, che cazzo è successo? Non riesco a trovare gli elementi logici per capirlo.
E questa stanza è troppo grande e piena; questa stanza è la mia storia, la mia vita, la mia tortura, la mia sconfitta. Mi sembra di non essere mai stata null’altro che queste quattro mura. Niente di più che questa pelle che mi denuncia come umana, troppo umana, banalmente umana.
Sono molto meno di quello che sapevo, ma più di quanto avrei creduto. E molto più piccola dell’età che le mie ossa denunciano, se ancora non riesco a comporre l’algoritmo per lasciarti andare. Mi toglie il senno che basti averti vicino, vederti, per sentirmi mancare. Per sigillarmi dentro queste quattro mura e annichilirmi, disperare su qualsiasi futuro, annebbiarmi con la nostalgia e il dolore di questo lutto, e infine non sapere più nulla.
Mi chiedo quanto di noi sia ormai dolore, quanto invece ancora amore. Se tutto il sangue perso può tornare in circolo. Mi chiedo quante cose non mi hai detto pur volendo farlo, quanti invece siano i pensieri da cui ormai mi escludi senza rendertene conto. E mi uccide ancora pensare che certe cose riuscirei a dirle a te soltanto.
Mi chiedo che linguaggio abbia il dolore, poi, cosa vuol comunicare al cuore che la mente ancora non sa. E mentre questa spina mi azzoppa, davanti ai miei occhi, sotto le palpebre, scorrono in fotogrammi tutte le vite possibili, le mie e le nostre.
A volte mi sembra di vivere una vita parallela senza di te e che siamo ancora insieme da qualche parte – che, in quel luogo che nessuno sa, stia ancora accadendo un presente in cui non ci siamo mai fatti del male, mai, perché il dolore non è un linguaggio che appartiene a quell’universo. In cui non esistono sbagli, perché siamo uno il riflesso fisiologico dell’altra. E in quel luogo che non sa nessuno sei ancora alla mia porta, a salutarmi come hai sempre fatto. A parlare il nostro linguaggio, dormire i nostri sonni, fare il nostro amore. E lì il futuro ancora vive, ci sorride.
Da qualche parte, siamo entrambi salvi.

 

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Artwork by: Moonassi

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La collina

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“Ci ho provato” confessò all’assenza che le sedeva accanto – da sempre era lì, sfumata da piccole intermittenze, eppure sostanza. Chi avrebbe dovuto esserci era ormai andato via, chi avrebbe potuto non voleva e chi avrebbe voluto non aveva ginocchia forti abbastanza da inerpicarsi lassù: una collina ascetica che pareva dirupo, promontorio, abisso; disseminata di sassi, radici morte e fiori assetati.

“Ci ho provato davvero.” A non implorare, chiedere, pretendere; a esser diversa, a identificarsi nel bianco più che nel nero; a credere di non essere unità spezzata, dicotomia di gioia e dolore, equilibrio e caos; ma dopo anni era tutto ancora incastrato da qualche parte tra anima e pelle – che fossero la stessa cosa, pelle e anima, lo credeva ancora: l’elasticità vien persa, le ammaccature rimangono, dai colpi nasce un’eco che fatica a perdersi.

“Non c’è nulla verso cui abbia teso la mano così a lungo e così disperatamente. Ho vissuto così, ho fallito vivendo.”

Rise. Le risate dei vecchi, si sa, son vicine al sole; le anima una leggerezza che presto sarà cenere e trova sollievo nel volo. Ma i rimpianti, come la cenere, restano; come la cenere e le parole, i rimpianti seguono il vento.

“Sei una cara amica, tu che ancora vuoi convincermi che sbaglio.”

Nel caro silenzio di quella collina, capì che nulla avrebbe replicato le sue curve esauste meglio della malinconia – china e carboncino il tratto, nero il colore.

“È solo la pelle che invecchia, di me è solo la pelle.” L’assalì un vecchio desiderio – essere argilla contro l’impronta di mani ostili per salvare il sangue, tenerselo stretto in vena e così sopravvivere – lo indossò come un abito vecchio, stretto, massacrato di toppe e suture – eppure l’uomo conosce un modo soltanto di reagire al dolore: quello della prima caduta su ginocchia bambine.

La volta infinita del celo era sporca di nubi che soffocavano il sole; la moria di fiori e radici sulla collina gioiva della pioggia promessa.

“L’ho negato fino a non saperlo più, ma è vero oggi come allora che un graffio, una carezza, una parola sulla pelle mia sono ugualmente atroci; è vero che con gli occhi assorbo ogni cosa, il male anche più della luce, e che di certi dolori mi uccide il riverbero.”

 

 
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Avorio e carboncino

T’accarezzo con la mente, come un cieco testardo che ha dimenticato i colori e vuole dipingersi il cielo a tutti i costi sulle palpebre. T’appiccichi ai miei occhi quando guardo il vuoto e vorrei solo vederti. Vorrei ricomporre lo spartito della tua voce – una sfida per cui mi consumo, disperato e vivo come le dita di Chopin quando baciavano i tasti. Chopin, sai, era un po’ come Penelope di Itaca, intesseva e srotolava note d’incanto, ricamava l’aria di suoni per l’anima, per farla piangere un po’ e assolverla, stropicciarla; li chiamava Notturni, aspettava l’amore. Come Chopin con i tasti, come Penelope col ricordo di Ulisse, così io t’inseguo, anche adesso che sei lontana come un sogno, come un desiderio mancato. Sei la melodia recidiva che suono sempre, un disegno a carboncino nato da sospiri, notte dopo notte, nota dopo nota; nel tuo pensiero inciampo come dita su tasti rotti e sacri. Io non sono Chopin, sai, non sono un poeta del pianoforte, il mio è nient’altro che un assolo disperato che lastrica una strada di rimpianti, ma ancora non mi arrendo: sei un vizio, un percorso obbligato, una melodia d’infanzia che conosco a memoria. Sei gravità e peccato, sei tutto ciò che non posso evitare, a te posso solo piegarmi.

 

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[ph: Adara Sánchez Anguiano]

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Ci ritroveremo, un giorno

 

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Ci ritroveremo, un giorno
dopo esserci tanto guardati
tra le macerie innevate
d’un gelido agosto.

Ci ritroveremo, un giorno
e m’inonderà il verde
degli occhi tuoi stanchi
ma stropicciati
di gioia.

Ci ritroveremo, un giorno
e ti verserò il mio oro addosso
per ridarti la ricchezza che meriti,
costruita coi miei peccati irredenti
(sbagli che sai perdonare).

Ci ritroveremo, un giorno
che mi sarò rieducato a sorridere;
tu mi avresti sorriso sempre,
ora lo so che mi avresti sorriso,
anche quando zoppicavi di ricordi
e io testardo volevo ferirti
l’altra gamba.

Ci ritroveremo, un giorno
che avrò appeso il mio orgoglio al chiodo
assieme alle scarpe pesanti
con cui ho scalato macerie
che volevo fossero tue soltanto.

Ci ritroveremo, un giorno
e ci sarà l’alba
dopo una vita incatenata al tramonto;
tu sarai lì
e io sarò lì
esisteremo insieme
con abbracci di palpebre
e baci di sguardi
sotto un cielo che promette futuro.
E non avremo paura.

 

 

 
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ph: Adara Sánchez Anguiano

Il due è morto

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Il fumo s’arrampica fino all’orlo delle tazzine e poi su, dove non possiamo raggiungerlo. Ci fa muro. Ci osservo oltre un vetro graffiato che stravolge le nostre sagome e le fonde alle nostre orme. Ci guardo, non mi vedo, non ti vedo. Penso al paradosso di condividere una tazza di tè bollente, roba intima, noi che ci siamo traditi tanto quanto amati, noi che vogliamo odiarci perché così sarebbe più facile. Solo un salto ci può salvare – quello verso un’altra vita, io e te, una vita che un danese di cui ho scordato il nome ha definito etica; ecco, i bordi slabbrati di quell’etica delimitano il nostro campo d’esistenza, un lembo di terra in cui fioriscono tutte le possibilità che abbiamo (le poche che non ci ammazzerebbero). Allora saltiamo, no? Torna qui, torna da me, torna indietro, torniamo indietro, siediti di nuovo bevi un sorso attenta a non scottarti; finisci il tè, finisci me, la metà che t’appartiene, quella che ti ho lasciato; prenderemo poi un respiro lungo, profondo, fino a lacerarci i polmoni e salteremo, ci salveremo.
Vero?
Vorrei fossimo una scienza esatta, un due più due, o magari un due che è la fusione irreversibile di due unità che hanno espiato la loro condanna alla solitudine e si sono arresi all’aritmetica degli abbracci. Se fossimo una scienza esatta, sull’amore non avremmo dubbi, ci terremmo per mano senza negazioni, sogni morti, desideri bruciati impigliati nell’intreccio – i minuscoli brandelli di spazio che restano tra le mie dita e le tue quando s’incastrano: ecco dove s’impiglia il male.

Se avessi avuto il coraggio di parlare, di bruciarmi la lingua con le scuse e la logica e il tè bollente, allora saresti rimasta; avresti risposto ti-perdono, siamo-ancora-noi, possiamo-ancora-essere – ma sei andata via, via per sempre, hai lasciato al bar una tazza piena a metà e me vuoto fino in fondo. Sei andata via e di me, oltre alle parole abortite che mi incoronano il cuore di spine, resta un’ombra stanca, l’impronta estinta della mia mano sul vetro – scusa se ho provato a raggiungerti, scusa se non ho saputo aggiustarci.
La vita ci scorreva dentro, ci torturava in battiti, poi il due è morto e l’unità risorta, ma è una libertà falsa e io non la voglio; io voglio una somma, voglio l’esattezza, voglio abbracci precisi, baci ad incastro, addii reversibili e confutabili, voglio che l’amore sia la condizione sufficiente a renderci necessari.

 

 

 

 
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Se la parola fosse fumo

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Se la parola fosse fumo
non ci sarebbero stragi
né corpi incatenati
all’equivoco.

Se la parola fosse fumo
sarei Autunno spergiuro
e Inverno senza promessa
di rose.

Se la parola fosse fumo
le mine morirebbero orfane
e l’anima profana
non pregherebbe
resurrezione.

Se la parola fosse fumo
sarei fumo anch’io
e i macigni polvere
e Sisifo libero,

sarei piuma
che non teme abisso.

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